Insieme
a Archizoom, Superstudio e Ufo,
Gianni Pettena appartiene al nucleo originario dell'architettura
radicale italiana. Nato nel 1940,
ha studiato architettura all'Università di Firenze costruendo, negli anni
'60 con altri studenti come Paolo Deganello, Andrea Branzi, Massimo Morozzi,
Adolfo Natalini, il clima che produsse quel movimento, origine di buona parte
della contemporanea sperimentazione nel campo dell'architettura e del design
italiano. Studente atipico, negli
anni della sua formazione, frequenta più le gallerie d'arte che le aule
universitarie e mantiene una posizione personale, autonoma, convinto della
necessità di ripensare il significato della disciplina architettonica operando
da campi e settori paralleli, coltivando i propri contatti con il mondo delle
arti visive più che con il dibattito interno all'università, al quale
comunque partecipa. Poiché, egli
sostiene, "gli artisti costruiscono e gli architetti disegnano", gli artisti
si sostituiscono cioè all'assenza degli architetti nel proporre linguaggi
visuali atti alla trasformazione dello spazio fisico, gli appare necessaria una
revisione delle origini teoriche e operative della disciplina che è per lui,
fin da quegli anni, più assimilabile al linguaggio dell'arte concettuale che
a quello della sola trasformazione delle metodologie progettuali.
Ancor
prima della laurea (1968) inizia un percorso di 'design alternativo', e
un'attività sperimentale che ha soprattutto un significato di esperienza
personale e spesso prescinde dalle necessità dell'esercizio professionale:
mobili per il suo studio fiorentino disegnati nella scala del luogo e non
dell'uomo (Divano Rumble, 1967); installazioni in dialogo con luoghi
significativi del contesto urbano, come le parole-oggetto ingigantite nelle
scala, realizzate in cartone ondulato in occasione di manifestazioni artistiche,
e abbandonate all'usura del tempo e degli agenti atmosferici (Carabinieri,
Milite Ignoto, Grazia & Giustizia, 1968), o panni stesi ad asciugare su
clothlines che attraversano l'intera "piazza del duomo" (Laundry, 1969)
e contrappongono la vivacità del quotidiano alla staticità dei luoghi della
rappresentanza e del potere; o ancora, un allestimento di una mostra di pittura
(Dialogo Pettena-Arnolfo, 1968) che egli propone come "una lezione di
architettura", un temporaneo stravolgimento della purezza rinascimentale
dell'edificio quattrocentesco che, una volta rimosso, avrebbe provocato una
percezione più consapevole della costruzione e degli spazi circostanti.
In
seguito alla pubblicazione su "Domus" di queste prime opere, nel 1971 viene
invitato negli Stati Uniti come artist-in-residence al Minneapolis College of
Art and Design di Minneapolis, e l'anno successivo alla University of Utah di
Salt Lake City. Prende così avvio
anche un'attività di didattica e di critica che, oltre a costruire un dialogo
costante e reciprocamente appagante con varie generazioni di studenti – tra i
quali ricordiamo Nigel Coates e Peter Wilson alla A.A. di Londra, Marco Zanini e
Michele De Lucchi all'Università di Firenze, Tim Power, Mike Ryan e Johanna
Grawunder alla California State University – condurrà Pettena a tenere
conferenze e seminari in numerosissime scuole di architettura negli USA e UK, e
in Europa e Italia nel corso degli anni successivi: occasioni di dibattito
critico e di incontri spesso anche 'interdisciplinari', come ad esempio
l'accompagnamento musicale di Brian Eno a una sua lecture all'Architectural
Association di Londra nel 1974. Un
episodio che d'altra parte ribadisce il suo costante rapporto con il campo
della musica sperimentale, che già a cavallo degli anni '60 e '70 si era
espresso in collaborazioni con Giuseppe Chiari (Concorso Trigon '71),
con Vittorio Gelmetti (Applausi, 1968), e con i musicisti del MEV, Musica
Elettronica Viva, (Grazia & Giustizia, 1968), e in seguito per
esempio con Davide Mosconi in una performance alla Triennale (Progetto
d'Architettura n.5, 1973) in cui mentre i musicisti suonavano i loro
strumenti, Pettena 'suonava' lo spazio con martelletti da vibrafono, su
pareti preparate con microfoni a contatto.
Questo
primo periodo di soggiorno negli Stati Uniti sarà per lui fondamentale, anche
se inizialmente egli sembra confrontarsi con il nuovo contesto, sia sociale che
ambientale, in una maniera che appare ancora legata al tipo di ricerca condotta
in Italia. La scelta dei luoghi in cui operare infatti, nei primi lavori
'americani' è ancora dettata dalla volontà di provocare, da una sorta di
'violenza' nei confronti dei simboli della cultura e delle istituzioni: una
conferenza all'università si trasforma perciò in un happening, perché il
pubblico è 'costretto' a ritagliare il proprio spazio in una sala
fittamente riempita di strisce verticali di carta (Paper, 1971), e
altrettanto avviene con una passeggiata verso il centro città insieme agli
studenti che 'indossano' sedie e come tali le usano in autobus o per
riposarsi nella piazza di uno shopping center (Wearable Chairs, 1971).
Gli intenti polemici rimarranno espliciti anche nelle opere successive,
che si presentano comunque come azioni estreme, di disturbo, ma progressivamente
l'osservazione si concentrerà su processi diversi di lettura dell'ambiente,
in cui natura e architettura vengono accostate e contaminate, così da
'rinaturalizzare luoghi e materiali denaturati' compiendo al tempo stesso
una ricerca, una interpretazione metaforica 'delle contraddizioni e delle
bellezze della città contemporanea'.
Sia
gli edifici inglobati nel ghiaccio a Minneapolis (Ice n.1 e Ice n.2,
1971-1972) che la trilogia di Salt Lake City, una casa piccolo borghese
ricoperta di creata spalmata a mano (Clay House, 1972), un grattacielo di
cespugli 'liberati' costruito nel centro della città (Tumbleweeds
catcher, 1972), e la rilettura polemica dei confini cittadini attraverso una
traccia di vernice rossa che ripercorrendoli li definisce come artificiosi (Red
Line, 1972), contengono entrambi queste componenti, e anche un'attenzione
all'uso di materiali naturali generalmente estranea alla formazione
dell'architetto, e lì mediata dall'esperienza della funk architecture
della generazione hippie e dallo studio del rapporto delle popolazioni nomadiche
con lo spazio apparentemente vuoto dei deserti.
Un vuoto in realtà 'pieno' di architetture all'interno del quale
non esistono schermi tra l'abitante e la natura, pieno di templi (le montagne
della Monument Valley) come di abitazioni (le caverne), o di architetture
spontanee perché costruite in quella forma dal lavoro stesso dell'uomo (le
miniere a cielo aperto o le saline ai bordi del Great Salt Lake). Un'osservazione, questa sull'architettura inconscia (About
non-conscious architecture, 1972-73), che sarà documentata in un filmato
girato per la Triennale 1973 e, quasi in forma di catalogazione, da una serie di
fotografie pubblicate in parte su Casabella (n.392-393, 1974) insieme a un ampio
testo. Anche della trilogia di Salt
Lake City fu girato un filmato, poi presentato alla John Weber Gallery di New
York (1972) in una mostra dedicata alle opere di Pettena realizzate negli USA.
Rientrato
in Italia, in seguito all'invito di Eugenio Battisti e G.K. Koenig per corsi
da tenersi alla Facoltà di Architettura di Firenze, si dedica, oltrechè a una
attività didattica in cui cerca di far conoscere quelle esperienze
contemporanee che introducono un diverso approccio al contesto ambientale (dalla
funk architecture a Buckminster Fuller, alla contro-cultura della beat
generation nordamericana), a una intensa attività di critica, cercando di
mantenere vivo quel dibattito culturale che sembra illanguidirsi man mano che
l'esperienza del 'radicale' si trasforma
e assume caratteristiche meno 'aggressive' e sperimentali.
Nel 1973 è tra i fondatori della Global Tools, scuola e sistema di
laboratori che rappresentò il momento di massima intensità di strategia comune
per il movimento dell''Architettura Radicale, e tuttavia, anche in quella
occasione, con l'esplicita ammissione del suo ruolo di 'spia' (Io sono
la spia, 1973), egli intende ribadire la propria peculiarità, il proprio
ruolo individuale, le caratteristiche di una ricerca personale che è
espressione delle posizioni più estreme dell'area radicale, del rifiuto di
ogni compromesso nei confronti della progettazione tradizionale come strumento e
linguaggio di espressione artistica. La
sua convinzione della rilevanza, per nuovi significati in architettura e un
ruolo più contemporaneo dell'architetto, di un apporto teorico che recepisse
stimoli creativi dal rapporto con le diverse discipline e manifestazioni
artistiche, e dal contatto con le realtà sociali più alternative o marginali,
si era già manifestata, oltrechè nei lavori di quei primi anni, anche
attraverso la pubblicazione de L'Anarchitetto (Guaraldi, Firenze
1972), saggio atipico in forma di racconto, di poesia visiva e di diario
fotografico anche dell'esperienza americana, che assumeva esso stesso il
significato di 'opera', in quanto testimonianza di come la forma letteraria,
oltre che utile a spiegarla, possa diventare essa stessa architettura perché,
come ha detto Pettena a proposito del suo Anarchitetto, "parla di
architettura come nessun progetto può parlarne".
Scrivere di architettura sarà
per lui sempre importante, parte di quella intensa attività di critica con cui
cercherà di mantenere vivo un dibattito culturale che non si esaurisce con la
fine del movimento radicale, ma si allarga anzi al confronto con altre
fondamentali esperienze contemporanee, così come alla proposta dei linguaggi
delle nuove generazioni. Sono dei
primi anni '70 i suoi interventi su Domus, su Casabella, Su In e Inpiù, su
Modo: le conversazioni con Smithson (1972) come le interviste a Buckminster
Fuller (1974, 1975, 1978, 1979) e poi, progressivamente le mostre e le
pubblicazioni su Robert Venturi e su Richard Meier (1981), e su Superstudio
(1982) ma anche sull'emergente scuola londinese, Zaha Hadid, Nigel Coates,
Peter Wilson, Jenny Lowe (1981,
1982). Nel 1983 pubblica poi
l'ultima versione de La città invisibile (la prima versione è del
1976) in cui per la prima volta vengono presentate in forma antologico-critica
le sperimentazioni del 'radicale' tra il 1965 e il 1975, un'ulteriore
occasione di confronto per i protagonisti di quella stagione, ma soprattutto
un'accurata analisi di quel movimento utile alle generazioni che, pur non
avendolo vissuto, ne subivano comunque e anche indirettamente le influenze.
Le attività di critico e di
docente sono comunque sempre svolte in parallelo a lavori e realizzazioni che
non rinunciano mai alla loro 'radicalità', e a tutt'oggi sottolineano le
caratteristiche di una scelta operativa che non accetta la rigidità dei confini
tra le diverse discipline artistiche ma anzi intende esplorarne proprio le aree
di 'sconfinamento'. Continua
l'osservazione della fisicità della natura, con cui occorre confrontarsi con
rispetto sia quando può apparire come un ostacolo (Marea, 1974) sia
quando essa asseconda le esigenze dell'uomo, e da materia si trasforma in
materiale, in potenziale architettura (Complementi di architettura, Biennale
di Venezia 1978). Questa
considerazione della natura e del contesto ambientale sono in fondo la base per
Pettena anche di ogni possibilità di architettura costruita, e gli esempi di
questo che si incontrano nella sua opera dimostrano come una simile convinzione
e la coerente aderenza concettuale ad essa non siano necessariamente motivo di
una scarsa possibilità di realizzazione. Così,
egli si confronterà per esempio con il contesto naturale nella costruzione
della sua casa elbana (La mia casa all'Elba, 1978- --), un work-
in-progress che pur acquistando nel tempo nuove definizioni e caratteristiche,
da sempre ha trovato motivazione e forma in ragione del luogo e dei materiali
che lì si trovano, quelli della macchia mediterranea e del mare su cui la
costruzione affaccia: la traduzione insomma in forma di edificio di quanto egli
aveva osservato e teorizzato nei deserti nordamericani a proposito delle
abitazioni dei nomadi, in cui si usa quanto è offerto dalla natura e si
interviene su di essa con gesti minimali.
Ma anche quando è diverso il rapporto con il contesto ambientale, quando
è necessario considerare anche altri elementi, di carattere sociale e storico,
l'attenzione, il rispetto e la 'leggerezza' dell'intervento rimangono
fondamentali: il nuovo Municipio di Canazei (1990-97, con O.
Zoeggeler) è emblematico di questo dialogo contestuale, in questo caso
con l'edificio storico del vecchio Municipio, un'opera di Ettore Sottsass
sr. del 1929. Invece di demolirlo,
come era nelle intenzioni dell'amministrazione, il progetto non solo ne
prevede il restauro, ma gli 'rende omaggio' accostandogli un nuovo edificio
quasi simmetrico che, pur rispettandone la sobrietà formale d'impronta
razionalista, non rinuncia a parlare il linguaggio del proprio tempo.
La scelta stessa di dedicarsi
a un numero limitato di 'veri' progetti dimostra come l'architettura non
si limiti per Pettena all'episodio della costruzione, ma faccia parte di una
ricerca più ampia, incentrata sul rapporto con il contesto ambientale, con lo
spazio, e con la qualità e la natura dei materiali, un modo per verificare
continuamente la molteplicità di possibili significati che la disciplina
architettonica può assumere.
Si comprende agevolmente, in
quest'ottica, anche la successiva attività di critico che, se da un lato
analizza l'opera di Hans Hollein (1988), considerata ancora emblematica del
'tutto è architettura' teorizzato nei primi anni '60 dell'architetto
austriaco, progressivamente, rielaborando anche nel ricordo le conversazioni
newyorkesi con Robert Smithson, si avvicina in anni successivi allo studio
dell'architettura del paesaggio in una prospettiva sia storico-progettuale che
di valorizzazione delle intrinseche componenti di arte ambientale.
Presenta così per la prima volta in Europa la figura e l'opera di
F.L.Olmsted, il progettista del Central Park di New York, considerato
l'antesignano di ogni moderna concezione di parco urbano e parco naturale, in
una grande mostra agli Uffizi (1996) e procede poi nell'analisi delle
elaborazioni degli ambienti 'naturali', concentrando l'indagine sulla
Toscana, dal giardino storico ai 'paesaggi inconsapevoli' creati dal lavoro
e dalle necessità dell'uomo fino ai contemporanei giardini di scultura,
presentati ancora agli Uffizi nel 1998. Ma anche la sua approfondita analisi storico-filologica della
genesi concettuale e progettuale della casa di Malaparte a Capri dimostra, così
come egli ha ricostruito nel volume pubblicato nel 1999 dopo numerosi anni di
studio, che se una delle costruzioni più ammirate del secolo, attribuita dalla
critica a Adalberto Libera, è in realtà un 'ritratto di pietra', opera di
uno scrittore, questo non è che un'ulteriore conferma della indeterminatezza
dei confini della disciplina architettonica e di come essa si esprima in modi
che rispecchiano tanto una particolare impostazione concettuale quanto le
necessità dettate dal contesto, dalla stessa conformazione orografica del sito.
Nel corso degli anni '70,
Pettena partecipa comunque attivamente al dibattito tra i 'radicali' e i 'razionali',
anche nelle occasioni ufficiali delle Biennali e Triennali, ed è presente con
opere, scritti e attività didattica nel panorama della critica internazionale.
Tuttavia, poco coinvolto (se non per l'analisi dei contributi delle
giovani generazioni) nelle evoluzioni del 'radicale' verso il design più
liberato e consapevole delle sue implicazioni sociali di 'Alchymia' e di 'Memphis',
di fronte al diffondersi dell'eclettismo, e dunque alla tolleranza di ogni
linguaggio di ricerca ormai svincolato da necessità di 'dimostrazioni'
teoriche, a differenza di altri compagni di strada del primo 'radicale',
Pettena continua l'attività artistica allargando il proprio campo di ricerca
senza creare fratture rispetto alle premesse ideologiche del lavoro precedente,
anzi accentuando gli elementi di concettualità più specifici del processo di
'sconfinamento' interdisciplinare. Installazioni,
performance, pezzi di design realizzati in forma di prototipo solo per la loro
capacità di esprimere un'idea: alla fine degli anni '70 e poi nel corso del
decennio successivo questi sono gli strumenti attraverso cui egli
prevalentemente si esprime per comunicare concetti, servendosi di linguaggi che
appartengono a settori disciplinari diversi.
La parola, l'oggetto artistico o architettonico vengono da lui usati
per indagare lo spazio nelle sue componenti più evanescenti, quelle di un
rapporto tra realtà e rappresentazione che non esclude anche un'accezione
intimista, legata a immagini e oggetti fissati nella memoria nel corso del
proprio percorso esistenziale. Ricordi
e realtà a volte da esorcizzare (pur senza riuscirvi) perché "occupano nella
mente uno spazio che potrebbe essere usato per cose più interessanti" (Atta
Unsar, 1973), a volte da condividere con altri nella loro essenzialità, nel
loro schematismo di bagaglio mentale che ci accompagnerà comunque, anche nei
contesti da essi più diversi (Paesaggi della memoria, 1987). In particolare nei lavori prodotti per le gallerie
'Speciale' e 'Megalopoli', Pettena studia lo spazio 'simulato', la
realtà illusoria creata nella rappresentazione artistica attraverso i riflessi,
i rimandi visuali, la percezione volutamente distorta; indaga il tema della
finzione prospettica sia attraverso oggetti di design atipici, la cui
fisicizzazione sconfina nell'immaginario, sia attraverso la creazione di spazi
la cui fruizione è ambigua proprio perché di realtà incerta, illusoria, al
limite dell'impossibilità. Tuttavia,
questa "logorazione del confine tra reale e immaginario", quella di un
tavolo in pietra che termina nella sua rappresentazione in forma di dipinto ed
è riflesso come 'intero' nella superficie che lo specchia (Sovrapposizioni,
1984), quella di uno spazio incorniciato in forma di quadro all'interno
del quale la bidimensionalità apparente degli oggetti ne nasconde in realtà la
tridimensionalità (Integrazioni, 1985), quella di una poltrona cui
consegnare (o sottrarre) la propria forma corporea (Ombra, 1986), non ha
per Pettena solo il significato della 'finzione artistica', cioè della
possibilità potenzialmente infinita di rappresentazione della realtà, ormai
resa legittima dall'accettazione di ogni forma di operazione artistica.
Qui si indagano piuttosto la capacità e la volontà di gettare un ponte
tra il mondo dell'intuizione e quello della razionalità: la possibilità cioè
di varcare un confine verso l'immaginario che non escluda il ritorno alla
realtà, ma anzi lo renda gradito, per gli stimoli e la curiosità mentale che
la scoperta di questo eterno gioco di rimandi ha innescato.
Così, il tavolo in pietra e il suo doppio dipinto non sono importanti
quanto la loro immagine riflessa, così come la bi-tridimensionionalità del
quadro-stanza acquista di significato solo per la decisione
dell'utente-spettatore di entrarvi o uscirvi, o la poltrona-cappotto per la
consapevolezza che essa sia un'ombra di cui si può essere padroni, ma che
tuttavia ha vita anche in nostra assenza.
L'operare artistico di
questi anni riflette in fondo una dimensione parallela, l'espressione di una
ricerca personale e di un approfondimento concettuale che maturano in
contemporanea con le attività di critica e di didattica, ma non insieme a
queste. Pettena cioè continua a
insegnare, all'Università di Firenze, alla Domus Academy di Milano, alla
California State University, tiene seminari e conferenze nelle scuole
d'architettura più prestigiose in Italia e all'estero, scrive di
architettura e di design (Hans Hollein/1988, Rodolfo Bonetto.
Trent'anni di design/ 1992, Il linguaggio dell'acciaio/1992)
allestisce mostre (Architectural Teaching USA/1985, Il Polo espositivo/1988,
Hans Hollein. Opere 1960-1988/1988, Visioni d'ambiente/1988, Ettore
Sottsass sr. Architetto/1991, Casa Malaparte/1992), pubblica
articoli e saggi su riviste d'arte e d'architettura contribuendo a mantenere
vivo il dibattito sul rapporto tra le due discipline e sul ruolo del 'radicale',
intervista o presenta a Firenze i grandi personaggi dell'architettura, da
Isozaki a Hollein, da Wines a Mario Botta, partecipa insomma, come critico, al
dibattito internazionale e riflette queste esperienze nella sua attività
didattica.
In parallelo a questo, egli
segue poi il percorso di una maturazione artistica che lo vedrà
progressivamente integrare tematiche già affrontate in passato a nuove
proposizioni, più legate al tema della città, tanto negli aspetti di
salvaguardia delle preesistenze storiche quanto in quelli legati
all'inserimento dell'opera d'arte contemporanea in un contesto urbano.
Con i tappeti disegnati per
la galleria 'Speciale' per esempio, se da un lato approfondisce ancora il
tema della vertigine mentale e del disequilibrio creato dall'indeterminatezza
del confine tra realtà e immaginazione (Sprofondo e Compenetrazione,
1987), dall'altro riproduce gli spazi all'interno o all'esterno delle
mura di una città, di una costruzione, dei suoi interni intesi come luoghi
della ritualità del vivere (Itinerari, territori, mappe, recinti, 1987),
un tema interpretato in altre occasioni anche in termini di design (Letto Buon
Compleanno,1985).
L'attenzione
al contesto e il dialogo con l'ambiente, sempre presenti nel suo precedente
lavoro, si manifestano ora in una forma in cui le metodologie e i linguaggi
delle arti visive sono accentuati fino a superare senza rimpianti la linea di
'sconfinamento' che dall'architettura conduce verso altre discipline
artistiche. E dunque, la funzione
dell'oggetto progettato asseconda, più che sfruttare, il riutilizzo dei
materiali naturali ipotizzando che il loro ritorno alla natura li restituisca a
nuova vita (Poltramaca, 1985), e una stanza, ambiente artificiale
per eccellenza, viene 'rinaturalizzato' accentuandone le componenti di
ritualità e rendendone evanescente la struttura fin quasi a farla scomparire (Stanza,
1987). Del contesto storico
invece, oltrechè nel progetto per Canazei, anche nelle proposte di
riqualificazione e restauro di edifici storici all'Isola d'Elba (Forte
Inglese/1992, Tonnara dell'Enfola, 1990-97) vengono sempre rispettate, se non
addirittura sottolineate, le caratteristiche originarie, e le compromissioni con
il contemporaneo vengono suggerite solo in vista della funzionalità del
possibile riuso dell'edificio, e dunque di una sua rinnovata valorizzazione.
Ma di fronte a un ambiente degradato, sia esso un'anonima frangia
urbana residenziale oppure un brano di natura sconvolto dall'invadenza
dell'industrializzazione, Pettena, riproponendo in chiave contemporanea la
lezione dei grandi maestri dell'architettura del paesaggio, sembra affidare il
compito della riqualificazione all'arte ambientale, ancora una volta delegando
ad altre discipline la funzione di integrare lo specifico architettonico.
In
realtà, la sua convinzione, ormai maturata da tempo, di come non esistano
confini, nel rapportarsi alle tematiche relative allo spazio fisico, tra
la sensibilità dell'architetto e quella dell'odierno artista ambientale,
convinzione metaforicamente illustrata anche nella sua opera più recente (Archipensieri,
2001), non fa che ribadire la linea di coerenza che percorre la sua intera
opera, quella cioè della necessità di una lettura più attenta dello spazio,
quella di un percorso mentale che conduca a una percezione che forse solo
attraverso l'apparente disordine del dubbio e della sperimentazione può
trovare un ordine, una struttura, una memoria, una maggiore consapevolezza.
La
riproposta delle tematiche del 'radicale' alla Biennale di Venezia
Architettura 1996 (mostra e volume Radicals), come premessa storica alla
moderna figura dell'architetto come 'sismografo' suggerita da Hans Hollein,
così come la successiva esposizione Archipelago (1999) in cui
questa interpretazione di 'radicalità' si estende fino al contemporaneo, e
integra disegni d'architettura con installazioni d'artista, pezzi di design
con visioni d'ambiente dei maestri e dei giovani studenti partecipi
dell'allestimento, hanno per Pettena in fondo, al di là della volontà dello
storico di far conoscere e studiare queste fenomenologie, soprattutto il
significato di illustrare le convinzioni maturate nel corso della sua opera di
architetto, di artista, di insegnante e di critico.
Cioè, per dirla con le sue stesse parole, che:
"La condizione necessaria alla innovazione e all'aggiornamento
concettuale e linguistico è ancora quella di un processo continuo di ricerca,
di consapevolezza e di costruzione e definizione di linguaggi che, come il
recente passato ha dimostrato soprattutto nel mondo delle arti visive e del
design, e a volte, come conseguenza, anche nell'architettura, si arricchiscono
vicendevolmente solo quando, accettando l'integrazione, contemporaneamente
accettano di mettere in discussione le proprie certezze, nel tentativo di
individuare, se non risolvere, dubbi e fragilità."
Il "radicale" d'altra parte, grazie anche alla sua attività di critico, comincia
in quegli anni ad essere indagato e presentato in numerose mostre da centri e
musei di arte contemporanea in parallelo, confronto e dialogo con le altre arti,
in particolare con le espressioni più consonanti delle arti visive, quelle
attente al contesto ambientale e sociale. Tra le prime mostre, negli anni tra il
2000 e il 2003, quelle al Palazzo delle Papesse di Siena promossa dal Frac
Centre di Orléans, al Museum fur Angewandte Kunst di Colonia, al Institut d'art
Contemporaine di Villeurbane, alla
Kunstler haus di Vienna, al
MUVIM di Valencia, al Centro Andaluz de Arte Contemporaneo di Siviglia, al Mamco
di Ginevra, alle quali Gianni Pettena partecipa sia con le sue opere che con
contributi critici al catalogo. E' il primo architetto "radicale" a cui il
Frac Centre di Orléans dedica una grande antologica (Gianni Pettena. Le
métier de l'architect, 2002) arricchita da una complete e accurata
monografia, pubblicata anche in italiano/inglese l'anno successivo da Silvana
Editoriale (Gianni Pettena, 2003) in occasione dell'antologica presentata
al museo della Fondazione Piaggio. Le opere di
Gianni Pettena vengono, a partire da questi anni, sempre più ricercate e
apprezzate, ed entrano a far parte di musei e collezioni pubbliche, dal Frac
Centre di Orléans al FNAC di Parigi, dalla collezione permanente della Banca
della Svizzera Italiana a quella del Frac Centre dell'Ile de France, a
collezioni private italiane, europeee e statunitensi.
In particolare, i lavori del cosiddetto periodo 'americano', dalla
Salt Lake Trilogy all'indagine a tutto campo del rapporto tra natura e
architettura di About non conscious architecture, ai molti disegni di
Trigon '71 la cui visionarietà si è poi spesso tradotta in profetica realtà,
assumono un valore che viene ormai considerato storico, tanto per la sua
specificità e unicità all'interno della sperimentazione radicale degli anni
Sessanta e Settanta quanto per i suoi influssi sul mondo dell'architettura, del
design e dell'arte contemporanea. A concreta illustrazione di questo, la
Galleria Neoncampobase di Bologna presenterà ad esempio in due occasioni il
lavoro di Pettena insieme a quello di giovani artisti la cui opera mostra
un'ideale ispirazione in particolare alla attenzione allo spazio e alla
contaminazione di linguaggi tipiche di Pettena: nel 2007 Maurizio Mercuri e
Riccardo Previdi e nel 2008 Luca Trevisani. Anche grandi rassegne
internazionali tradizionalmente dedicate ai più sperimentali e attenti percorsi
di ricerca nel campo delle arti contemporanee, ospitano ora opere di Pettena (Manifesta
7, 2008; The death of the audience, 2009) che assumono valenza di
riferimento e di confronto, sia attraverso la sua produzione d'epoca sia
attraverso nuovi lavori che rinnovano, pur ribadendole, le linee guida della sua
ricerca artistica.
E' la costante attenzione all'ambiente infatti che segna il proseguimento di un
percorso speculativo che assume in anni recenti in Pettena una duplice veste
espressiva, l'una più rigorosamente astratta, l'altra più straniante e
'contaminata' da materie diverse, che si propone di destabilizzare la percezione
consueta della città attraverso un approccio in cui la natura rappresenta un
supporto e al tempo spesso una implicita critica all'architettura. Nella prima,
l'ironica intransigenza che in Archipensieri invitava, in maniera
provocatoria, a guardare all'architettura nelle sue forme più semplici e al
tempo stesso più perfette, prende nuovamente forma nei due 'cubi', proposti in
veste virtuale per la Biennale di Valencia (2003) e per gli esterni della
Galleria Enrico Fornello di Prato (2009), così come, a Rovereto per Manifesta 7
(2008), nella rilettura della facciata dell'anonimo edificio di architettura
industriale che ospitava la mostra. Tuttavia ( e qui sempre più si manifesterà
la seconda impostazione), la natura diverrà concettualmente determinante nella
continua osservazione di Pettena dello spazio fisico e della sua percezione
all'interno dello spazio urbano: piante rampicanti saldamente ancorate alla
terra che si intrecciano agli elementi d'architettura (Archipensieri 4,
2008; Archipensieri 5, 2009), e veri e propri brani di città che vengono
presentati in forme imprecise, grandi dimensioni, colori dettati dalla natura
stessa o da materiali che ad essa si ispirano (Architettura, Forgiving
Architecture, Archipensieri 6, 2009). Nella personale alla Galleria
Enrico Fornello di Prato, come nelle installazioni per la Biennale di Atene 2009
e per il FIAC 2009, la natura o una materia comunque estranea all'architettura
intervengono a mascherarla implicitamente negandola, ma al tempo stesso a
supportarla poiché ne attenuano asprezze, errori o interpretazioni troppo
superficiali del tessuto urbano.
Nel 2008 Gianni Pettena interrompe anzitempo l'insegnamento di Storia
dell'Architettura Contemporanea presso l'Università di Firenze, anche in
polemica con l'attuale gestione degli atenei italiani, mentre prosegue i corsi
di Progettazione Architettonica presso la California State University,
scegliendo dunque di proseguire con un minor numero di studenti di ben altra
preparazione e motivazione la sua attività di docente attento alle nuove linee
di sviluppo creativo delle giovani generazioni. A queste generazioni si rivolge
anche prevalentemente la sua attività di critico con le numerosissime conferenze
in scuole o centri culturali di prestigio, tra cui di recente la Columbia
University e la Princeton University negli Stati Uniti o l'Arkitekturzentrum di
Vienna, o con le frequenti interviste e interventi sulla stampa (cfr. ad esempio
'La Repubblica' 2 luglio 2003/17 luglio 2004/3 luglio 2005/9 dicembre 2006)
nei quali, rivendicando con questo spesso anche il proprio ruolo all'interno del
percorso sperimentale iniziato negli anni '60 e '70, invita a considerare se e
quanto le giovani generazioni siano riuscite, sulla scia di quell'esempio, ad
acquisire strumenti più adeguati per porsi di fronte agli assunti progettuali
con maggiore consapevolezza e maturità.