EMILIO
AMBASZ

ANDREA
BRANZI

MARIE-ANGE
BRAYER

BRUNO
CORÀ

GILLO
DORFLES

JOSEPH
MASHECK

FRÉDÉRIC
MIGAYROU

CLAUDE
PARENT

LUIGI
PRESTINENZA
PUGLISI

ETTORE
SOTTSSAS JR

JAMES
WINES
 
ANDREA BRANZI

DIFFERENZE RADICALI

(In Gianni Pettena, Silvana Editoriale, 2003)
Per procedere in una conoscenza meno superficiale del movimento radical italiano e internazionale, il punto di riferimento fondamentale sono state le iniziative di diverse importanti istituzioni europee, tra cui il Centro Pompidou  di Parigi e il FRAC (Fonds Régional d'Art Contemporaine) di Orléans, che in collaborazione tra loro hanno in anni recenti  tessuto una vasta rete di mostre, convegni, acquisizioni.  È stato così possibile approfondire le relazioni  poco conosciute intercorse con l'opera di Constant del gruppo Cobra, o con quella sulle megastrutture di Friedmann, che già alla fine degli anni '50 (dunque ben prima del decennio radical) hanno aperto una prima riflessione evolutiva sul destino dell'architettura nell'epoca delle megalopoli, constatando l'oggettiva incapacità di quella disciplina a sopravvivere nel mondo dell'esplosione urbana.
Le radici del movimento radical si alimentano infatti nella frattura traumatica prodottasi tra città e architettura, e tra architettura e oggetti; universi progettuali che la modernità classica interpretava come realtà tipologiche diverse, ma strategicamente alleate per realizzare insieme un mondo di ordine, alimentato dalla forza razionalizzante dei processi industriali.
La fine dell'unità del progetto, e la crisi irreversibile della modernità, si collocavano in quella più vasta presa di coscienza politica sul "futuro" della nostra società industriale, non più scenario di ordine e di ragione, ma in un coacervo di logiche contrastanti e di gesti progettuali opposti, conflittuali, nel quale le tecnologie avanzate convivevano con quelle primitive, i linguaggi seriali con i dialetti anarchici, e il progetto si muoveva nella perenne incertezza dei propri fondamenti.
La fine dell'ottimismo dell'occidente moderno si intrecciava con il disgregarsi dei grandi sistemi politico-ideologici, e con la progressiva destrutturazione geo-politica del XX secolo.
Dieci anni prima che nascesse il movimento post-modern il movimento radical aveva già dunque intercettato in senso liberatorio tutte le possibili aperture di competenze e sperimentazioni che questa crisi epocale poteva offrire: ogni gesto progettuale, ogni frammento del sistema costruito, rivendicava la sua centralità e il diritto a proporsi come riferimento autonomo, come occasione per una riflessione sul dissolversi dei massimi sistemi.
La crisi della modernità coincideva con l'entusiasmo per la sua fine, e soprattutto con l'occasione per spingere fino in fondo quei processi di trasformazione del mondo artificiale, che l'architettura moderna aveva iniziato, ma poi aveva impedito in difesa della propria ortodossia.
Il conflitto insanabile tra città e architettura, e tra architettura e oggetti, divenne dentro al movimento radical occasione di un lavoro critico-progettuale apparentemente unitario, ma in realtà mosso da ipotesi strategiche tra loro divaricanti.
Gli Archizoom Associati con No-Stop-City svilupparono fino in fondo l'ipotesi di una città senza architettura, dove la caduta di senso dei processi tipologici e compositivi coincideva con lo spazio fluido del mercato, della rete informatica; nel silenzio inespressivo dello scenario storico dell'architettura, di fronte alla forza espressiva del kitch dei dream beds.
Superstudio contemporaneamente affrontava con il Monumento Continuo l'altro tema possibile (ma opposto) che era quello di una architettura senza città, affermando la supremazia del monumento nella ricomposizione galattica, e nell'ordine dei quadretti della superficie "Quaderna", che si estendono indifferenti dalle grandi muraglie territoriali ai tavoli per Zanotta.
La terza categoria progettuale emerge con l'attività del gruppo UFO, e può essere titolata oggetti senza città e senza architettura. Una posizione teorica importante che vedeva la rivoluzione degli oggetti (come già diceva Tafuri a proposito del design di Albini), come unica realtà possibile, come energia vitale e concettuale che si scatena nel momento in cui le categorie superiori decadono, e dove in assenza di sistemi di senso più vasti tutto diventa anarchico, e ogni oggetto assume su di sé il peso del tutto.
Ma esiste anche una quarta e più radicale categoria del movimento italiano, la più difficile da identificare, perché è quella che si è spinta più a fondo nel processo di "liberazione dell'uomo dall'architettura".
Dopo città senza architettura, architettura senza città e oggetti senza architettura e senza città, nell'opera di Gianni Pettena emerge anche architetti senza progetto, intendendo con questa ipotesi la scissione dell'atomo disciplinare, la soglia ultima del gesto professionale come realtà energetica autonoma, non legata alla funzione costruttiva. Quella di Gianni Pettena infatti è una attività critica che si fonda sulla centralità dell'architetto (o meglio dell'an-architetto) e non più dell'architettura, dove il progetto liberato dai limiti costruttivi diventa attività concettuale, land-art, comportamento, happening.
"Architetto senza architettura" o "progetto senza architettura" sono titoli che rimandano alla visione di una attività di trasformazione ambientale che si sviluppa al seguito dell'azione profonda di un enzima debole e diffuso, e quindi difficilmente controllabile e governabile, che può essere usato da vaste parti della società, e che serve a produrre innovazione, conoscenza, relazioni e emozioni: Spostandosi su un'area vicina ai territori dell'arte e del comportamentismo, Gianni Pettena dà un primo contributo a intendere l'architettura come energia evolutiva di un territorio e di una società, e non più come prassi costruttiva.
Il movimento radical nel suo insieme di strategie divergenti, affermò il superamento dell'architettura come arte del costruire testimoniando una dimensione più vasta, della disciplina come presenza complessa, capace di indagare il mondo attraverso un pensiero progettuale, capace di intercettare e interpretare il mutare inquieto della storia, prima che la storia diventi cemento armato.