| ANDREA BRANZI |
DIFFERENZE RADICALI
(In
Gianni Pettena, Silvana Editoriale, 2003)
Per
procedere in una conoscenza meno superficiale del movimento radical italiano e
internazionale, il punto di riferimento fondamentale sono state le iniziative di
diverse importanti istituzioni europee, tra cui il Centro Pompidou
di Parigi e il FRAC (Fonds Régional d'Art Contemporaine) di Orléans,
che in collaborazione tra loro hanno in anni recenti
tessuto una vasta rete di mostre, convegni, acquisizioni.
È stato così possibile approfondire le relazioni
poco conosciute intercorse con l'opera di Constant del gruppo Cobra, o
con quella sulle megastrutture di Friedmann, che già alla fine degli anni '50
(dunque ben prima del decennio radical) hanno aperto una prima riflessione
evolutiva sul destino dell'architettura nell'epoca delle megalopoli,
constatando l'oggettiva incapacità di quella disciplina a sopravvivere nel
mondo dell'esplosione urbana.
Le radici del movimento radical si alimentano infatti nella frattura traumatica
prodottasi tra città e architettura, e tra architettura e oggetti; universi
progettuali che la modernità classica interpretava come realtà tipologiche
diverse, ma strategicamente alleate per realizzare insieme un mondo di ordine,
alimentato dalla forza razionalizzante dei processi industriali.
La fine dell'unità del progetto, e la crisi irreversibile della modernità,
si collocavano in quella più vasta presa di coscienza politica sul "futuro"
della nostra società industriale, non più scenario di ordine e di ragione, ma
in un coacervo di logiche contrastanti e di gesti progettuali opposti,
conflittuali, nel quale le tecnologie avanzate convivevano con quelle primitive,
i linguaggi seriali con i dialetti anarchici, e il progetto si muoveva nella
perenne incertezza dei propri fondamenti.
La fine dell'ottimismo dell'occidente moderno si intrecciava con il
disgregarsi dei grandi sistemi politico-ideologici, e con la progressiva
destrutturazione geo-politica del XX secolo.
Dieci anni prima che nascesse il movimento post-modern il movimento radical
aveva già dunque intercettato in senso liberatorio tutte le possibili aperture
di competenze e sperimentazioni che questa crisi epocale poteva offrire: ogni
gesto progettuale, ogni frammento del sistema costruito, rivendicava la sua
centralità e il diritto a proporsi come riferimento autonomo, come occasione
per una riflessione sul dissolversi dei massimi sistemi.
La crisi della modernità coincideva con l'entusiasmo per la sua fine, e
soprattutto con l'occasione per spingere fino in fondo quei processi di
trasformazione del mondo artificiale, che l'architettura moderna aveva
iniziato, ma poi aveva impedito in difesa della propria ortodossia.
Il conflitto insanabile tra città e architettura, e tra architettura e oggetti,
divenne dentro al movimento radical occasione di un lavoro critico-progettuale
apparentemente unitario, ma in realtà mosso da ipotesi strategiche tra loro
divaricanti.
Gli Archizoom Associati con No-Stop-City svilupparono fino in fondo l'ipotesi
di una città senza architettura, dove la caduta di senso dei processi
tipologici e compositivi coincideva con lo spazio fluido del mercato, della rete
informatica; nel silenzio inespressivo dello scenario storico
dell'architettura, di fronte alla forza espressiva del kitch dei dream beds.
Superstudio contemporaneamente affrontava con il Monumento Continuo l'altro
tema possibile (ma opposto) che era quello di una architettura senza città,
affermando la supremazia del monumento nella ricomposizione galattica, e
nell'ordine dei quadretti della superficie "Quaderna", che si estendono
indifferenti dalle grandi muraglie territoriali ai tavoli per Zanotta.
La terza categoria progettuale emerge con l'attività del gruppo UFO, e può
essere titolata oggetti senza città e senza architettura. Una posizione
teorica importante che vedeva la rivoluzione degli oggetti (come già diceva
Tafuri a proposito del design di Albini), come unica realtà possibile, come
energia vitale e concettuale che si scatena nel momento in cui le categorie
superiori decadono, e dove in assenza di sistemi di senso più vasti
tutto diventa anarchico, e ogni oggetto assume su di sé il peso del tutto.
Ma esiste anche una quarta e più radicale categoria del movimento italiano, la
più difficile da identificare, perché è quella che si è spinta più a fondo
nel processo di "liberazione dell'uomo dall'architettura".
Dopo città senza architettura, architettura senza città e oggetti
senza architettura e senza città, nell'opera di Gianni Pettena emerge
anche architetti senza progetto, intendendo con questa ipotesi la
scissione dell'atomo disciplinare, la soglia ultima del gesto professionale
come realtà energetica autonoma, non legata alla funzione costruttiva. Quella
di Gianni Pettena infatti è una attività critica che si fonda sulla centralità
dell'architetto (o meglio dell'an-architetto) e non più
dell'architettura, dove il progetto liberato dai limiti costruttivi diventa
attività concettuale, land-art, comportamento, happening.
"Architetto senza architettura" o "progetto senza architettura" sono
titoli che rimandano alla visione di una attività di trasformazione ambientale
che si sviluppa al seguito dell'azione profonda di un enzima debole e diffuso,
e quindi difficilmente controllabile e governabile, che può essere usato da
vaste parti della società, e che serve a produrre innovazione, conoscenza,
relazioni e emozioni: Spostandosi su un'area vicina ai territori dell'arte e
del comportamentismo, Gianni Pettena dà un primo contributo a intendere
l'architettura come energia evolutiva di un territorio e di una società, e
non più come prassi costruttiva.
Il movimento radical nel suo insieme di strategie divergenti, affermò il
superamento dell'architettura come arte del costruire testimoniando una
dimensione più vasta, della disciplina come presenza complessa, capace di
indagare il mondo attraverso un pensiero progettuale, capace di intercettare e
interpretare il mutare inquieto della storia, prima che la storia diventi
cemento armato.