L'allestimento
disequilibrante di questo 'brano di città' ormai a stento identificabile
come architettura, sembra ribadire la correttezza della definizione,
precedente di alcuni anni, di un critico (Pietro Valle in Gianni Pettena.
Le métier de l'architecte, Arch'it, 2002) a proposito di Pettena quale
"disseminatore di indizi" che "sceglie di sottoporre
l'architettura a processi trasformativi naturali che ne minano la permanenza".
L'intervento è ora infatti meno ironico e forse più venato di pessimismo, le
forme più sfumate ed astratte, ma l'intenzione è la medesima di quella che
animava le opere realizzate con ghiaccio, creta o cespugli negli anni delle
prime esperienze statunitensi. Pettena sembra però deliberatamente
rivisitare sempre più profondamente i linguaggi dell'architettura servendosi
degli strumenti dell'arte, con una continua contaminazione semantica che gli
permette di drammatizzare, accentuandole, le intenzioni degli anni
iniziali.